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L’ultimo volo di Icaro
e il Ciclo dei Vinti


Introduzione di Renzo Montagnoli




Il richiamo al mondo ellenico, ai grandi miti di una delle culle della civiltà, è sempre presente nelle opere di Fabrizio Corselli, classe 1973, palermitano e in questo forse discendente da uno dei greci che all’epoca degli splendori di Sparta, di Atene e di Tebe approdò sulle coste della Trinacria.
In lui è forte questo senso delle origini, questo fascino di un passato di cui abbiamo avuto una piccola, se pur valida, idea negli studi scolastici, quando ci si perdeva negli epici scontri di Achille sotto le porte di Troia o si vagheggiava del canto delle sirene che tentavano di ammaliare Ulisse.
Dai suoi versi riemerge questo mondo lontano in uno con i nostri ricordi, fondendosi in una suggestiva sequenza di visioni che recuperano alla nostra mente il concetto di un fantastico reale, di un qualche cosa rimasto dentro di noi e perciò concreto.
L’ultimo volo di Icaro e il Ciclo dei Vinti costituiscono tuttavia una novità letteraria che, pur in un’immaginaria evoluzione della tradizione greca, hanno il pregio della contemporaneità, e non tanto perché scritti ora, ma in quanto i personaggi, se pur mitologici, sono l’immagine di vicende umane, immutate nel tempo, ripetitive nei secoli e proprio per questo sempre attuali.
Fabrizio Corselli, al pari del grande Omero, è il cantore di quest’epoca e lo fa richiamandosi al significato metaforico di vicende relative a personaggi, propri, tipici della cultura ellenica.
La padronanza dello stile stupisce ogni volta di più, tanto che si potrebbe essere indotti a credere che si tratti di traduzioni di qualche lirica di Pindaro, o di Archiloco, o di Alcmane, tanto l’autore riassume le caratteristiche di questi grandi del passato.
Al di sopra di ogni cosa, però, emerge la sensibilità poetica, la capacità di commuoversi e di trasmettere l’emozione al lettore, come nella “Morte di una ninfa” (Testo XI), oppure come nel “Silenzio di Laocoonte” (Testo I), prese solo come esempi semplificativi, perché le altre liriche presenti non sfuggono alla logica della continuità poetica del testo e sanno offrire eguali sensazioni.
Non nascondo che, se in genere i testi poetici presentano una certa difficoltà di approccio, le opere di Fabrizio Corselli, e questa soprattutto, sono da leggere, da rileggere, da meditare, da approfondire, insomma non sono un prodotto di immediato consumo, ma la qualità , nell’arte, si apprezza solo per gradi, per lenta assimilazione, come il buon cognac che deve essere centellinato per gustarne il vero sapore.
Il consiglio, pertanto, che rivolgo a chi si appresta a scorrere queste pagine è di lasciarsi trasportare da esse, ritornando sulle stesse, assaporando il piacere di una cultura letteraria non frequente, ma di rara eccelsa qualità.
In fin dei conti, se si ripensa ai nostri studi scolastici, ci ricorderemo come non erano facili le letture dell’Iliade o dell’Odissea, come più volte si tornava sui propri passi, cercando di comprendere il significato di quei versi, la loro bellezza, la loro profondità, ed è per questo che ora rammentiamo quei testi, proprio perché li abbiamo fatti nostri.


Il ciclo dei vinti


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   Il ciclo dei vinti   


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